ultimo aggiornamento
30 ottobre 2003
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Agosto 2001: La globalizzazione oggi ed il movimento antagonista
"Se scambio, produzione e distribuzione avvengono a scala non riconducibile all'agire individuale, familiare, associativo, comunitario - allora la globalizzazione non genera il mondialismo, ma i mostri del nazionalismo, del razzismo, del fondamentalismo. Senza un governo della globalizzazione, questa si trasforma nel suo contrario, il particolarismo e l'esclusione." Paolo Leon.
"La nostra posizione"
Quello che ha sfilato per le strade di Genova durante il G8 è stato un universo multiforme e, se vogliamo, controverso di movimenti. Dinanzi all'imbarazzante varietà dei temi antagonisti la diffusione mediatica ha imposto per comodità (e superficialità) il nome comune e semplificatorio di "antiglobal".La matrice comune dell'intero evento è stata effettivamente la protesta contro la globalizzazione intesa come imposizione dei modelli sociali e di mercato occidentali a tutto il mondo.Sotto questo profilo il movimento è vulnerabile, poiché essere appellato come "antiglobal" è, a nostro parere, eccessivamente banalizzante. "Contro la globalizzazione" vuole effettivamente dire tutto e il contrario di tutto. Nella sostanza il termine "globale" nasconde persino una implicita e importantissima ammissione: l'esistenza di una popolazione mondiale a cui rivolgersi coralmente.
La globalizzazione contro cui combattere è in realtà l'occidentalizzazione del mondo (o meglio americanizzazione).Che si rivolge a un mercato globale non in seguito a un utopico abbattimento dei confini della convivenza, ma per semplificare il profitto e allargare un mercato famelico di nuovi consumatori.Il concetto di diversità culturale ammette implicitamente l'esistenza sul nostro pianeta di una diversificazione del bisogno. L'allargamento sconfinato del mercato ha però la sua forza quantitativa nella standardizzazione del prodotto.L'occidente legge il libero mercato come libertà di imporre i propri consumi al resto del pianeta, ma un bisogno standardizzato imposto su una realtà culturale diversificata è una violenza. Nient'altro.
E' ingenuo però parlare di una lotta preventiva. La globalizzazione del mercato è già una realtà.Le multinazionali sono una realtà efficiente su tutto il globo.
Oltre che un movimento antagonista, quello antiglobal è anche un movimento di presa di coscienza collettiva di questo stato di cose. Le multinazionali sono arrivate a radicarsi in tutto il pianeta sfruttando le deficienze dei paesi sottosviluppati, dove per sottosviluppo si deve intendere la non aderenza ai modelli di consumo occidentali.
Adesso che i nuovi mercati sono stati creati, che le popolazioni per natura lontane dagli stili occidentali sono state educate al consumismo attraverso l'induzione pubblicitaria di nuovi bisogni e modelli, ci si prepara ad abbattere gli ultimi ostacoli fiscali, residuo del vecchio ordine frammentato. La forza dell'occidente è stata non l'esportazione di qualità, quanto l'esportazione dell'illusione di emancipazione attraverso l'accesso a determinati consumi. Tutto ciò è avvenuto non perché a livello sostanziale sia possibile stabilire una gerarchia di merito fra le culture e gli stili, ma poiché l'occidente ha saputo usare tempestivamente su popoli impreparati l'arma dell'induzione e della persuasione.
Questa è la globalizzazione di cui prendere coscienza e contro cui lottare.
Diciamo quindi che la denominazione "Antiglobal" seppure imprecisa e superficiale ha comunque un ruolo preciso nell'identificare un movimento confuso ma coeso nell'antagonismo contro questa nuova forma di colonialismo consumistico.
Dove l'obiettivo espansivo non è territoriale, bensì umano: ciascuno di noi ogni giorno è colonizzato da nuovi consumi indotti e spersonalizzanti. La colonna vertebrale del movimento si coagula intorno a questi concetti. Oltre all'implicita condanna dello stile economico e umano occidentale, uno degli elementi fondanti è quello che possiamo chiamare terzomondismo, ovvero avvicinamento, sensibilizzazione, impegno in prima linea dei movimenti d'opinione occidentali nei confronti dei problemi del Terzo Mondo.
Questo impegno si divide in due filoni, l'umanitario e l'attivista. Esistono importanti reti come la rete dei migranti che lega fra loro tutte i gruppi di uomini e donne in fuga dalla miseria, dalla guerra, dalle tirannidi sociali e politiche dei propri paesi. Questa rete raccoglie associazioni per i diritti negati, porta avanti la battaglia per il rispetto delle culture, per l'abolizione dei centri di permanenza temporanea, per l'affermazione del diritto dell'uomo alla fuga dalla miseria materiale e sociale. Si organizzano le campagne contro le cosiddette Banche Armate. Ovvero quegli istituti che finanziano con i risparmi presso di loro depositati il commercio di armi. L'Italia è il terzo paese esportatore di armi nel mondo. Questo porta alla logica deduzione che anche i conti di beneficenza e quelli a scopo umanitario depositati presso tali istituti finiscono paradossalmente per essere investiti nel traffico d'armi, anche un normalissimo conto in banca può coinvolgere ognuno di noi, seppure indirettamente, in questo mercato. Esiste inoltre un regolamento europeo che vieta il commercio d'armi internamente all'Unione, ma non all'esterno di essa. Tutti i componenti bellici prodotti in Europa, e l'Italia ha in quest'industria un ruolo di primissimo piano, vengono così indirizzati al mercato delle guerre del Terzo Mondo. Esistono poi innumerevoli e variegate campagne contro lo sfruttamento dei minori nell'industria, contro il loro reclutamento da parte di eserciti (gli stessi eserciti armati dall'occidente) e associazioni mafiose. Il filone umanitario fa leva sulla pratica della sensibilizzazione attraverso forti campagne mediatiche d'immagine. La superficialità è il prezzo che paga in cambio della sua risonanza mondiale. Simbolico di questo modo d'agire è la nota campagna "Drop the debt" (cancella il debito), portata avanti da note rockstar e dal Papa. Queste campagne più che l'efficacia hanno il merito di catalizzare sul tema l'attenzione dei media. Proporre la cancellazione dei debiti di alcuni paesi sottosviluppati come viatico alla loro emancipazione economica presuppone il grossolano errore di far coincidere l'emancipazione del mercato con la sua lettura attraverso i modelli occidentali di liberismo, profitto e produzione industriale. Non si può risolvere la difficoltà economica del Terzo Mondo facilitando la sua omologazione al consumismo occidentale. L'unico aiuto realmente efficace può essere soltanto l'assicurazione di un sereno sviluppo democratico per questi paesi e di una naturale maturazione delle singole economie, armonicamente alle esigenze sociali e culturali delle specifiche situazioni umane.
"Sui fatti di Genova"
"Il sapore è quello della rappresaglia, e non è un buon sapore."
Enrico Deaglio da Genova.
Ci sembra giusto esprimere anche il nostro parere su quanto è avvenuto a Genova in occasione della riunione del G8, su quanto è avvenuto soprattutto nelle strade del capoluogo Ligure. La nostra è una riflessione meditata che giunge dopo giorni di parole, di accuse di contro accuse e soprattutto di ipocrisia da parte dei politici italiani.
Riteniamo assolutamente da condannare molto di quanto visto a Genova sia tra i comportamenti di chi manifestava sia tra i comportamenti di che avrebbe dovuto mantenere l'ordine, ma vogliamo evitare di fare di tutta l'erba un fascio e vorremmo fare delle distinzioni. Se tra i manifestanti c'è stato un gruppo di persone partite con l'intento esplicito di creare una scia di distruzione e di dimostrare così incivilmente il loro dissenso alla "politica degli 8 grandi", questi erano una minoranza veramente esigua in confronto alla massa dei manifestanti mentre tra le forze dell'ordine sono stati numerosissimi i gruppi che hanno violato sistematicamente tutti i diritti più elementari delle persone che gli si trovavano appresso o che li riprendevano in video o in foto mentre compivano atti illegittimi. Per colpa loro Genova ha vissuto un giorno in un clima di repressione tipico delle dittature Sud americane (Cile di Pinochet in primis).
Condanniamo apertamente ognuna delle forme di violenza sopra indicate, ma riteniamo estremamente più gravi quelle perpetrate dalle forze dell'ordine perché commesse da persone al servizio dello stato e che anzi dovrebbero impedire il verificarsi di tali situazioni. Condanniamo le carica tra i manifestanti inermi con manganelli e lacrimogeni lanciati ad altezza uomo; condanniamo l'irruzione fascista nelle scuole di Via Battisti atta soprattutto a cancellare le prove dei reati commessi dalle forze dell'ordine stesse; condanniamo le violenze all'interno del carcere di Bolzaneto; condanniamo ogni atto che abbia violato i diritti delle persone coinvolte. Infine condanniamo anche la polizia perché non è stata capace, e forse, sospetto ancora più tremendo, non ha voluto, fermare i black bloc quando poteva, ma li ha caricati solo quando erano dispersi nella folle dei manifestanti pacifici. È ormai palese che tra le tute nere vi erano infiltrati di gruppi neo fascisti e neo nazisti e speriamo solamente che, come si vocifera in giro, non ve ne fossero anche dei reparti speciali della polizia, polizia che è comunque colpevole di connivenza con questi gruppi estremisti ed eversivi appoggiando i quali sperava di screditare il movimento anti global. Oltre a tutto ciò chiediamo una chiara condanna per via ufficiale delle violenze sopra elencate da parte dei vertici di stato e polizia, che altrimenti si renderebbero a loro volta colpevoli di connivenza con le frange estrema delle forze dell'ordine.
Fermo restando questa forte critica all'operato delle forze dell'ordine (e abbiamo taciuto dell'omicidio di Carlo Giuliani su cui speriamo faccia chiarezza l'autorità competente) portiamo anche un appunto al GSF che non è stato capace di fare chiarezza nel suo rapporto con le tute nere e non è soprattutto stato in grado di isolarle rendendole così più facilmente contenibili. Il GSF ha mantenuto un atteggiamento di ambiguità rispetto all'uso della violenza nelle manifestazioni non condannandolo mai in maniera chiara ed esplicita, ma anzi in alcuni casi quasi incitandolo. Per il bene del movimento è assolutamente necessario che nelle prossime occasioni si faccia di più in questo senso.
Restiamo inoltre perplessi di fronte alle prese di posizione di parlamentari e di esponenti nazionali e locali delle forze di maggioranza, che si sono dimostrate assolutamente incapaci di giudicare obiettivamente i fatti di Genova e che anzi sono stati capaci soltanto di dimostrare tutto il loro appoggio alle "povere forze dell'ordine che sono state indiscriminatamente aggredite e che si sono solo difese"; prese di posizione che in alcuni casi possiamo definire senza esitazione alcuna di chiaro stampo fascista. E' comunque da notare che anche all'interno della maggioranza ci sono spaccature dato che un'autorevole voce all'interno dei nazional-alleati di Fini, come quella dell'on. Fisichella, ha apertamente criticato l'operato del governo. Riteniamo inoltre piuttosto strano che dopo che per giorni il governo italiano ha rivendicato la totale legittimità dell'operato delle forze dell'ordine siano stati rimossi dai loro incarichi tre alti funzionari della polizia quale il vice capo della polizia Ansoino Andreassi, il capo dell'antiterrorismo Arnaldo La Barbera e il questore di Genova Francesco Colucci. Questo, oltre ad essere una chiara prova della colpevolezza della polizia è anche un provvedimento a nostro parere poco risolutivo dato che le due persone al vertice della piramide ovvero il capo della Polizia De Gennaro ed il ministro dell'interno Scajola sono rimaste al loro posto (anche se a De Gennaro è stata fatta terra bruciata intorno e c'è chi non aspetta che le sue dimissioni). Visto il comportamento avuto dalla maggioranza fino ad adesso viene da chiedersi se non siano stati rimossi più per motivi di immagine che per effettive colpe, non si spiegherebbe altrimenti il suddetto salvataggio delle due massime cariche.
Dure critiche vanno mosse anche all'opposizione a partire dal singhiozzo dei DS: organizzano il vertice quando sono al governo, lo criticano una volta all'opposizione e decidono di scendere in piazza (forse nessuno gli spiega che non è una manifestazione contro il governo Berlusconi), ritirano la partecipazione dopo l'omicidio di Carlo Giuliani temendo non si sa bene cosa, forse di essere scambiati per facinorosi dall'opinione pubblica ( o forse comprendono che non si trattava di una manifestazione anti-Berlusconi) salvo rivendicare la presenza della famosa " base " del partito quando infuriava la polemica del dopo Genova ed era comodo salire sulla barca del "c'ero anch'io". Tutte le mosse dell'ex partito di maggioranza sembrano dettate solo da un opportunismo politico peraltro piuttosto miope e non privo di contraddizioni. Non si può dire lo stesso su Verdi e PRC che se non altro sono stati più coerenti e sono scesi in piazza, anche se bisognerebbe capire dove finiscono le affinità col movimento e dove inizia la strumentalizzazione politica.
Per ciò che riguarda le conclusioni del G8 vero e proprio ci sentiamo in disaccordo con l'ottimismo mostrato dal governo sulle intese raggiunte, siamo assolutamente contrari al progetto americano di Scudo Spaziale, un'opera che favorirebbe solo le industrie belliche e che potrebbe creare delle tensioni internazionali sopite dalla fine della guerra fredda. Consideriamo i 53 miliardi di dollari di azzeramento del debito dei paesi poveri un provvedimento assolutamente ipocrita, così come gli 1,2 miliardi di dollari stanziati per la lotta all'AIDS, che lo stesse Kofi Annan ha definito pochi spiccioli in rapporto alla vastità del problema.
A scopo documentativo, ricordiamo che sabato 21 luglio i quotidiani che hanno come riferimento il centro-destra titolavano in questa maniera: il Giornale 'Così il popolo di Seattle ha ottenuto il suo martire' (tutto maiuscolo, in negativo, sull'asfalto macchiato di sangue che esce dalla testa di Carlo Giuliani); Libero 'E' legittima Difesa' (tutto maiuscolo, nove colonne, l'occhiello dice 'Giottino ucciso, il carabiniere che ha sparato era minacciato e senza via di scampo'); Secolo d'Italia 'E' un morto voluto'. Il fondo dell'organo di AN - 'Fermatevi dopo questo dramma' - inizia così: 'Hanno voluto il morto e il morto è tragicamente arrivato'.
Ma adesso due parole sul futuro del movimento, o meglio, su un problema che rischia di mettere una potente ipoteca sul reale svolgersi futuro del movimento "no global".
La storia dovrebbe insegnarci qualcosa, chiunque non la pensi così si è perso gran parte del dibattito interno che ci ha portato a proporre numerose iniziative di carattere divulgativo e storico. La Storia, anche la più recente, dovrebbe evitare di ripercorrere alcune strade pericolose; analizzando gli errori del passato dovremmo individuarne le cause prime e quindi gli atteggiamenti ed i malumori che le hanno generate.
Cominciamo a pensare: da cosa nasce il terrorismo rosso degli anni Settanta? Dove trova le basi sociali per nascere e crescere reclutando manodopera? La risposta, purtroppo, è chiara e semplice e sarebbe da ipocriti continuare a negarlo: dai movimenti extra-parlamentari. E' altresì chiaro che si avvicinarono alle BR o a Prima Linea i delusi, gli scontenti, coloro che si trovarono spiazzati dalla fine o dalla istituzionalizzazione dei movimenti precedenti. Se l'alternativa alla rivoluzione erano le riforme, alcuni ipotizzarono una terza via, cioè la lotta armata. Ma perché coloro che avevano dato vita ai movimenti si ritrovarono pochi anni dopo a combattere più o meno apertamente contro il terrorismo? Perché tutti provenivano da una stessa strada, il cammino era stato comune fino a quel terribile bivio. La colpa dei movimenti, e qui veniamo all'attualità, è stata quella di non aver condannato da subito l'uso della violenza (ed il botta e risposta Sofri-Casarini dimostrano che lo stesso leader di Lc se ne è reso conto). La necessità di rispondere alla violenza fascista o autoritaria ha comportato un uso sistematico della violenza a bassa intensità nei movimenti a partire dai primi anni. Il passo dallo slogan sanguigno alla giustizia sommaria non dovrebbe essere breve, ma se all'interno di uno stesso variegato movimento convivono idee divergenti sull'uso della violenza o sulla strada da seguire (ancora una volta riforma contro rivoluzione ad ogni costo) sarà difficile condannare univocamente la violenza, senza distinzione tra alta o bassa intensità.
Se il leader delle tute bianche proclama guerra in diretta televisiva, non è soltanto un problema di protagonismo, ma un vero e proprio via libera alle frange più estreme di un movimento. Fino ad adesso le anime pacifiste sono sopravvissute con i violenti in nome dell'unità verso il fine strategico, ma al momento in cui ci troviamo i leader del movimento dovrebbero fare quello che ancora non è stato fatto ufficialmente: condannare la violenza, lo scontro totale. La linea ambigua che ha caratterizzato i movimenti dei primi anni Settanta ha partorito abbastanza vittime (fisiche e morali) e questo dovrebbe essere il giusto precedente per far fare una dichiarazione di non violenza. Siamo ancora in tempo per una presa di posizione chiara e lineare verso una lotta democratica, questo farebbe bene al futuro del movimento ed alla sinistra in genere, è un passo indispensabile se veramente il movimento vuole essere unitario e democratico. Non voglio entrare nel merito della bomba veneziana, non abbiamo ancora argomenti per giudicarne la provenienza, ma il grido dei contestatori democratici deve essere d'ora in poi uno soltanto: violenza non chiama violenza, ma analisi e proposte materiali. E' l'ora di passare dalla manifestazione dei problemi alla logica per la loro risoluzione.
"Il problema culturale"
Uno dei cardini delle carte costituzionali contemporanee, compresa quella italiana, sancisce che lo stato debba porsi al servizio del cittadino individuo nell'agevolare totalmente la sua "formazione". Cosa significa questo? Significa che chiunque ha diritto ai mezzi che consentono un sereno processo di maturazione psicologico e culturale.
Ognuno ha diritto alla sua umanità. E umanità significa sereno sviluppo delle proprie capacità affettive e culturali. Questo sviluppo crea di riflesso capacità sociale, intesa come identificazione e appartenenza a un sistema strutturato di relazioni umane e economiche.
L'individuo esiste socialmente e trae gratificazione da questa appartenenza solo se inserito in un gruppo affettivo (famiglia) e in un gruppo economico (lavoro). Queste due situazioni di gruppo sono alla base dell'apprezzamento sociale verso l'individuo formato. L'individuo formato sulla base di questo schema essenziale non è sottoposto a sanzioni dalla struttura complessiva. Tutto questo rende l'uomo animale socializzato. Ma pur sempre animale.
Garantisce i principi basilari per il perpetrarsi dell'esistenza materiale. Eppure il principio costituzionale, se vogliamo anche religioso, citato all'inizio mira ben più in alto.
L'uomo ha il diritto di elevarsi dall'animalità a uno stato di umanizzazione.
Il mezzo dell'umanizzazione è la cultura intesa come sviluppo della capacità di analisi, critica e astrazione del reale. E' questa la cultura: la non univocità.
La meccanica dei sensi che si fa dialettica nell'interpretazione indipendente di ciascuno di noi. E ognuno di noi ha diritto a saper interpretare la realtà in modo umano.
E la cultura è il mezzo per attuare questa interpretazione.
Non un fine in se stessa, la cultura è uno strumento che si deve poter garantire a ciascun membro della società, se si vuole che questa sia appunto una società umana strutturata, e non un branco di animali dal pollice opponibile. La cultura è un potere anti-gerarchico che rende l'individuo capace di iniziativa, intima o palese che sia, nei confronti dell'egemonia.
Non confondiamo la cultura con un bagaglio di nozioni, ogni bagaglio di nozioni è una ideologia imposta dai gruppi egemonici. Non esiste in assoluto una cultura buona e una cultura cattiva. Esistono determinati gruppi sociali (ormai anacronistico parlare di classi) che, emergendo ciclicamente alla ribalta del potere, portano in auge, come socialmente apprezzate, certe nozioni strumentali alla conservazione del proprio ruolo.
Ma la cultura non è un contenuto è una struttura di pensiero interpretativo.
E come tale è completamente libera dalla incidentalità materiale e storica dei gruppi di potere. L'arte è libertà in quanto svincolata dalla nozione. L'arte è l'esempio perfetto di quello che sostanzialmente è la cultura: non espressione della nozione, ma manifestazione dello sforzo interpretativo. Ogni essere umano è dotato di questa capacità. Esistono esseri umani quantitativamente superiori ad altri in senso nozionistico (gli individui ideologizzati), ma in potenza fra gli esseri umani non esiste alcuna differenza culturale qualitativa. La società premia la quantità della nozione a scapito della qualità di essa, per istinto di autoconservazione.
La morale è lo strumento teso a semplificare la realtà, a diminuire il ventaglio critico degli individui per mantenere una sua coesione interna.
Si accettano pochi stili e linguaggi, in un abbozzo vigilato di diversità, poiché un numero di realtà pari al numero di soggetti realizzanti significherebbe schizofrenia della società, la sua disgregazione. Ecco allora la morale che pone paletti, zone d'ombra, tabù, nel tentativo energico di limitare il numero di possibili realtà.
E' comunque innegabile che impedire la soggettività non sia possibile se non con un progetto di spersonalizzazione degli individui. Attraverso la standardizzazione dei processi mentali. La morale, se vogliamo anche le ideologie, hanno sempre metaforicamente avuto il ruolo di dividere in paragrafi facilmente consultabili le pagine innumerevoli dell'interpretazione soggettiva. Quindi è ormai esplicito il ruolo destabilizzante e disorganico di questo concetto di cultura nei confronti del potere diretto (e il potere esiste in forma indiretta). E' quindi una logica conseguenza che il potere cerchi di esprimere un suo sistema di nozioni e strutture. La cultura è comunque per sua natura non univoca e quindi quello che il potere riesce a esprimere è solo morale o ideologia. Il potere è in grado di esprimere nozioni, non strutture di pensiero. Dal potere provengono nozioni socialmente apprezzate a cui conformarsi. Pena la sanzione morale. Un'altra via battuta dal potere organizzato nel tentativo di mantenere stabile la società è l'esclusione dei gruppi sociali (le cosiddette "masse") dalla possibilità di sviluppare la cultura critica. La società si è così lasciata convincere che i concetti di "cultura" e "promozione sociale" siano strettamente connessi.
Ma in realtà la prima è la condizione basilare della capacità intellettuale, l'altra della capacità materiale. Che poi la seconda condizione sia un ottimo viatico alla prima è un assunto innegabile che trova però già la sua affermazione nel concetto di "stato sociale", ovvero stato che abbatte le differenze materiali fra gli individui.
Questi sono quindi due concetti separati. Ma la "promozione sociale" tende a inquinare il significato genuino di "cultura". La cultura è l'abbattimento delle differenze intellettuali fra gli individui. Presupposto dello stato sociale è lo "stato culturale" in cui ogni individuo ha diritto alla propria formazione intellettuale. Questo principio, come affermato all'inizio, è espresso nella nostra costituzione. Espresso ma attuato in modo distorto proprio perché il concetto di "cultura" viene interpretato dalla ideologia e dalla morale come "bagaglio di nozioni strumentali alla promozione sociale". E quindi la cultura diviene strumentale alla famiglia e al lavoro (come abbiamo visto i due nuclei attraverso cui l'individuo si pone all'accettazione sociale). La cultura e il suo potere di emancipazione dall'egemonia viene così strappata dalle mani dell'individuo e resa l'ennesima merce di scambio nel mercato sociale. Si acquista in cambio di plauso e lavori remunerativi e socialmente apprezzati.
Ma in realtà non si acquista cultura. Si acquistano nozioni. E non a caso questo periodo storico ha assunto il nome di "Era dell'informazione" (cioè della nozione diffusa). La nozione destrutturata è ovunque. E oggi si può parlare di nuovo analfabetismo poiché ci troviamo in presenza non di carenza di informazione, ma di incapacità diffusa all'elaborazione libera, critica e strutturata dell'informazione. Il problema del diritto alla formazione si riduce così al problema del diritto all'accesso alla nozione.
Ottima metafora di questa distorsione è l'enfasi ideologica che avvolge la rete Internet. L'ideologia investe di valore culturale socialmente apprezzato l'accesso alla rete in sè e promuove la capacità di archiviare e scambiare nozione semplice. In questa interpretazione è chiarissimo come cultura sia divenuto sinonimo di accesso, non di elaborazione. La cultura si avvale dello strumento Internet, la rete è un archivio, non cultura in sé. Questo significa che la nostra è in fin dei conti, una società che ha bisogno di bibliotecari che spolverino e ordino i libri con regolarità: non di scrittori che creino nuove elaborazioni. Si ha bisogno di figli che studino medicina, non di medici capaci e devoti alla propria professione, che anzi, come sappiamo, sono in sovrannumero.
Ma la vera distorsione del concetto di cultura è quella portata avanti dall'egemonia attraverso le cosiddette agenzie formative, ovvero l'istituzione scolastica e accademica.
La scuola e l'università sono, in teoria, i mezzi attraverso cui lo stato garantisce all'individuo il realizzarsi del suo diritto alla formazione civile, affettiva e sociale.
Lo stato, garante della formazione, è comunque per sua natura sempre espressione di un'egemonia. E' naturale quindi che la formazione rispecchi le esigenze di conservazione dell'ordine sociale. La nostra è una società occidentale e occidentalizzata e ciò comporta che determinati valori quali il possesso, la gerarchia, il consumo e la lotta per la promozione sociale siano vissuti come connaturati alla natura umana, indispensabili alla formazione dell'individuo e non imposti e indotti artificialmente dal gruppo dominante.
La formazione attraverso la scuola e l'università punta solamente al radicamento in ciascuno di noi di questi valori che si possono poi riassumere nell'assunto di base del pensiero dell'occidente post-industriale che riduce la dialettica sociale a dialettica gerarchica di mercato e identifica uomo e forza lavoro, uomo e consumatore.
La logica del mercato, l'unica logica sociale del pianeta, ha interesse alla formazione di individui che lavorino per il mercato e consumino ciò che il mercato impone loro di consumare, nient'altro. La formazione dell'individuo attraverso l'appoggio allo sviluppo delle sue libere capacità critiche è anzi volutamente ritenuta un'esigenza secondaria.
I gruppi egemoni hanno accesso alle poche oasi di formazione umana del pianeta, scuole private d'élite (Cambridge, alcuni college americani), vere "sacche geografiche specializzate" (la definizione è di Christopher Lasch) nella formazione della cosiddetta "classe creativa", l'unica autorizzata alle nuove produzioni di senso e per questo l'unica educata al libero pensiero critico. I gruppi dominati consegnano invece i loro figli alla standardizzazione delle scuole-azienda dove essi saranno educati all'etica del lavoro di routine e al consumo. Questi gruppi ottengono in cambio l'illusione della promozione sociale e la prospettiva dell'allargamento delle proprie capacità di consumo.
Questo può avvenire poiché in questo stato di cose il possesso è l'unica forma di esistenza sociale. L'astrazione, la vera capacità culturale, viene monopolizzata dalle élite creative e inibita nei gruppi dominati il cui unico scopo è l'adeguamento ai consumi (concreti e di senso) imposti dalla produzione industriale. La base di una società così strutturata è l'esistenza di un modello sociale gerarchico in cui si sale attraverso l'etica del lavoro e del consumo. In questo modello nessuno insegue un'uguaglianza effettiva ma ognuno cerca di salire, mosso dall'invidia sociale indotta dall'esposizione costante a modelli gratificati implicitamente imitabili, allo stadio superiore. L'individuo non riconosce come obiettivo utile la sua formazione creativa, bensì l'allargamento dei consumi.
Il risultato? Lavora e acquista modelli. Vende se stesso, rinuncia alla propria potenzialità critica, per acquistare il senso prodotto da altri, caricato volutamente attraverso l'induzione di valori di ascesa sociale nell'illusoria gerarchia della società.
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