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ultimo aggiornamento
30 ottobre 2003

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di   Giulia Maestrini

Sabato 23 marzo al Circo Massimo c’era un numero imprecisato di persone compreso fra settecentomila e tre milioni: era un fiume di gente. Dato lo splendido sole primaverile che ispirava le gite fuori porta e date le innumerevoli ore di viaggio e le terribili alzatacce cui la maggior parte di quelle persone era stata costretta, dubito che fossero tutti mossi dallo spirito della scampagnata. Diciamo la verità: partecipare a certi eventi è una gran fatica, e - mi duole dover contraddire il nostro Presidente del Consiglio - francamente non basta che la CGIL metta a disposizione pullman “gratuiti” per convincere le persone a tale “sacrificio”. Per partecipare a quel tipo di eventi bisogna credere in qualcosa, bisogna essere mossi da spinte emotive o ideali che superano le difficoltà pratiche contingenti, che annullano la stanchezza e la trasformano in adrenalina. La nostra adrenalina traeva la sua origine da quello stesso fiume di gente che ci circondava e ci trascinava per le strade di Roma; nasceva dalla consapevolezza che stavamo prendendo parte ad un evento storico pazzesco, si alimentava nella constatazione che stavamo dando vita, ognuno nel nostro piccolo, ad un qualcosa di veramente grande. Sacrosanti, entrambi intoccabili, entrambi simbolo e monito delle battaglie passate che l’Italia democratica ha combattuto e vinto, e che adesso è disposta a difendere ad ogni costo. Ma c’è un altro motivo per cui sabato era giusto e doveroso essere in piazza, un motivo che non è traducibile in uno slogan, che nasce da un riflessione intima che si insinua nella mente degli uomini liberi. Dopo l’attentato orrendo a Marco Biagi sono stati srotolati milioni di parole, parole di condanna più o meno forte, più o meno decisa nei confronti di un episodio che ha riaperto una ferita, riaffacciandoci sugli anni bui del terrorismo e che, proprio per questo, ci fa tremare e vacillare in tutte le nostre certezze. Alta si è levata, fra le altre, la voce del Governo, che ha pianto calde lacrime sul sacrificio dell’uomo e subito dopo si è precipitata a trovare un colpevole e giustiziarlo, seduta stante, sulla pubblica piazza. Ci hanno detto che questo attentato è frutto dell’odio scatenato dall’opposizione, ci hanno detto che quest’odio fomentato dalle parti sociali, dai sindacati, dalla sinistra tutta contro il Governo e contro le sue politiche ha armato la mano degli assassini. Ci hanno Sabato erano molti gli ideali in piazza, molti i motivi per cui era giusto esserci. Gli slogan della manifestazione erano due: NO alla riforma dell’art.18, NO al terrorismo, entrambi detto, in sostanza, che la colpa di questo attentato sta nella nostra voce che dissente, che protesta che grida contro scelte politiche che non condividiamo. E’ per questo che sabato DOVEVAMO essere in piazza: era un nostro dovere, prima che un nostro diritto. Nel nostro paese esiste un Governo legittimamente eletto ed è giusto e legittimo che questo Governo porti avanti le sue idee e le sue linee politiche. Ma il nostro paese è, prima di tutto, una democrazia ed è fondato su una Costituzione democratica che include la libertà d’opinione ed anzi la garantisce a tal punto da eleggerla fra i diritti irrinunciabili e intoccabili dei cittadini: è, quindi, altrettanto giusto e legittimo che i cittadini che non condividono tali idee o tali linee politiche abbiano lo spazio e la possibilità di esprimere il loro dissenso. Imputare ad una protesta politica, legittima e legale, di essere il seno da cui nasce il terrorismo equivale a negare la legittimità dello stesso diritto alla libertà d’opinione: e negare la legittimità della libertà d’opinione equivale a negare il senso e l’anima della democrazia stessa.