ultimo aggiornamento
30 ottobre 2003
|
 |
|
Un sabato qualunque
di
Giuseppe Gori Savellini
Solo poche righe per esprimere una semplice impressione su quello che ha significato per me quel sabato romano del 23 marzo. Ripeto: quello che ha significato per me; il che significa che non ho intenzione di dare chiavi di lettura o di pontificare sulle ideologie recondite dello scendere in piazza, ma soltanto dirvi i sentimenti e le emozioni immateriali che ho provato sfilando con una bandiera della CGIL per i viali ventosi di Roma.
Eravamo tremilioni? Eravamo due milioni? Settecento mila? I tre mila contati da Fede? Poco ci importa. Eravamo tanti e diversi. Manifestavamo per qualcosa che dovrebbe essere acquisito oramai da tempo nella società italiana: la dignità. Urlavamo che non si può barattare il posto di lavoro con un risarcimento, non possiamo dare potere al datore di lavoro di quantificare il lavoro umano, molto spesso l’intera vita di un uomo, in migliaia di euri. Ma non è solo questa la dignità che mi ha portato in piazza sabato, manifestavamo anche per riappropriarci della dignità stessa di manifestare. Contro la logica manipolatrice che vorrebbe fare di ogni manifestante un potenziale terrorista: dire che difendere un diritto significa odio è un atto contro la democrazia. Accusare sindacalisti, politici, cittadini, lavoratori ed intellettuali di armare la mano degli assassini è l’unico atto criminale compiuto sabato mattina a Roma. Cristallizzare le posizioni del governo e della maggioranza come sta facendo Berlusconi, spalleggiato dai vari Schifani o Scaloja (persone che di dignità non hanno mai sentito parlare), non serve ad altro che a far crescere lo scontento, ma anche la voglia di partecipazione popolare, la voglia di riacquistare il diritto democratico di essere ascoltati e farlo proprio. Se milioni di persone si alzano in piena notte e sfilano dall’alba per le strade di Roma, allegri ma preoccupati per le sorti del nostro paese, il governo deve tenerne conto e non può dire che conta chi è rimasto a casa: è una dichiarazione provocatoria e densa di odio, questa.
E’ questo che il governo non capisce: come è possibile che tre milioni di persone scendano in piazza se non hanno un tornaconto personale diretto? Non sa che difendere la democrazia è prima di tutto un dovere dei cittadini, poi vengono i diritti.
Per me, porterò sempre nella memoria l’attimo in cui raggiungo un terrapieno del Circo Massimo e voltandomi mi vedo immerso in un mare di bandiere rosse, di visi concentrati, pieni di spessore umano, circondato da persone diversissime da me (come quei pazzi della Fiom Pisa) ma accomunati dalla difesa dei diritti civili e dalla maglietta dell’Arcibaldo, secondo alcuni. E poi quelle strade ventose e assolate, le signore di Marina di Massa che offrivano tortellini al ragout (alle 8 e mezzo!), la scoperta di aver visto soltanto un terzo della moltitudine presente in piazza ed il Vaticano circondato da bandiere rosse, che sembrava benedire.
No, non è stato un sabato qualunque come qualcuno vorrebbe fare credere, prima di tutto a se stesso.
|
|