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"Ultima preghiera di Dante" - di Gianluca Bidin


Vedete, vengo ripreso dall'antico desiderio di cantare
nella lingua che amai tanto
e che pare cosi lontana al mio cuore stanco
che è aspro il pensiero di tornare
a smarrirmi nella selva buia ora che sono solo
e la mia guida è già venuta.
Quale immensa fortuna fu, e non dipese da me.

Cosa sei, donna, amore,
chi sei, donna, madre, governo azzurro delle mie parole?

Limpida voce dei cieli incolori
dove a stento tenni aperti gli occhi,
dove entrai in previsione della fine
scontando le passioni nel fuoco e nell'acqua
in remissione dei peccati
in nome di Dio e della pietà<

essere degno del nome di uomo
di chi verrà dopo di me,
io che ormai non esisto più.

Mi comprenderanno ancora
e quale sarà il mio posto?
Attendo e chiedo così da sempre.

Virgilio, padre; Beatrice, ormai madre,
voi che ancora mi vedete
a me restano, vivi, la pagina e la memoria
del sogno che mi salvo
una volta per sempre e per tutti
fate che sia così
nei secoli
dei secoli.

Sono stato niente
ed ho paura di tornare niente
non conosco il mio volto di uomo
e l'amore, l'amore sempre
mi riempie bocca e pensieri
amore, questa parola di cui mi sfugge il senso

ogni giorno di fiamma trattenuta fino a sera
risvegliarsi alla stessa ora nello stesso modo
e l'amore che resta e non appare
l'amore che non comincia
l'amore che non finisce
questa parola antica tradita mille volte
e spero di non sentirmi ancora vuoto
di non tornare vuoto di non essere vuoto

non so se sono sincero
se il mio cuore è sincero
se le mie parole sono vere, la mia poesia onesta
non riesco a guardare sino in fondo, a dimenticare il dolore
non riesco ad ammetterlo a me stesso, a capire quel che vedo
questo è grave e fa male

poi svanisce la paura di lasciar scorrere le parole
estasi breve della scrittura

poi di nuovo questo non sentirsi mai pronti
la gioia sempre più chiara
nonostante l'amore ogni giorno più grande

bruciano piano al sole e al vento
gli occhi che videro la poesia, la vita
lontana e bellissima

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