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"Stanze" - di Enrico Riccio


Prodromo (ovvero: I nonni di Napoli).

Aveva sei anni quando i nonni vennero 1'ultima volta nel suo paese, a casa sua, a casa loro, insomma a casa del suoi genitori. Dopo di allora non ce la fecero più a viaggiare, né i suoi si preoccuparono mai di andarli a trovare. Morirono senza preavvisi che non avevano notizie di loro ormai da due mesi. Consumarono la vita in una notte, con la brace di uno scaldino. Quell' ultima volta che vide il nonno furono giorni belli, a passeggiare nella villa del paese, ad ossigenarsi, il vecchio, a gioire della presenza del nonno, lui. Aveva un nonno. A sei anni è importante. Mangiare il gelato mezz' ora prima del pranzo, poter sudare e scalmanarsi, senza per forza doversi coprire le spalle con una maglia ingombrante e spinosa, perdersi in assurdi capricci e vederli accontentati, prendere le palline di plastica trasparente con la sorpresa, dai distributori a cento lire, per strada; cose, tutte, che solo con la complice mentalità infantile di un vecchio si possono fare. Fu su una panchina di verde scrostato, nel parco, che il nonno sospirò (era agosto, era nuvole, era afa, era vuoto): "Vedi Napoli. Poi muori". Si schiarì la voce e con un sospiro accompagnò la sigaretta alle labbra consumate dagli anni e dal fumo e dalle bestemmie. La frase gli fece paura. Morire dopo aver visto una città... Non avrebbe mai voluto andarci. Morire dopo aver visto una città... Fu contento che né suo padre, né sua madre ebbero mai nostalgia di quei vecchi.

Corridoio (ovvero: l'Università).

L' Università, gli avevano detto, stava sul Corso Umberto. La avrebbe individuata facilmente. Si trovò catapultato in una piazza impressionante che le finestre dei palazzoni ancora sbadigliavano. La stazione. Alberghi. Pullman. I drogati (Dio! i drogati!). Contrabbandieri. Bancarelle e film porno. Bancarelle e collanine. Bancarelle e occhiali da sole. Bancarelle e "ricordo di Napoli". Neri. Ingorghi. Tutto questo stipato in una piazza, intitolata a Garibaldi, relegato in un secondo piano del colpo d' occhio, e, nero di fuliggine, partecipe suo malgrado delle vittorie della squadra di calcio della città. Di fronte, il Corso. Aspettare un autobus o andare a piedi? Aveva due alternative. Scelse la seconda. Voleva cominciare a sentirsi parte della città, anche se pioveva, di una pioggia vicina più ad olio che a nuvola. Non trovò sole, non trovò mandolini, non odore di pizza, "Vedi Napoli. Poi muori". Così pensò. Aveva l'acqua alle caviglie e nel settembre che moriva continuava a sudare. C'era caldo e la pioggia scivolava lungo l'afa parcheggiata sui marciapiedi insieme ai motorini. Il passo svelto gli provocava un dolore al fianco, ma la pressione e l'ansia di trovar casa ed Università lo sorreggevano nella corsa. Non sapeva da dove cominciare, e le parole del padre lo angosciavano: "Non più di duecentomila mi raccomando", Avesse smesso almeno di piovere... Una bomba alla crema e la richiesta di un barbone lo indussero a consumare i suoi primi soldi a Napoli. Considerò: "Scusa" papà ma devo..,". Si confondeva, anonimo, tra gli ombrelli e gli schizzi di pioggia tra le urla di gente che si parlava da un metro, e le vetrine, con cura, e vanamente, ripulite dalle belle commesse. La pioggia sui cristalli degli occhiali rendeva il paesaggio strano, sembrava uscito dal pennello di Van Gogh. L 'idea di trovar casa lo assillava. Pensò di acquistare, in edicola, un giornale di annunci. "Qualcosa, un buco per dormire; una mezza pensione". Sopra pensiero si ritrovò in una piazza delimitata ad angolo da quattro palazzi gemelli. Non trovò fantasioso l' averla chiamata proprio Piazza Quattro Palazzi. Sarebbe come chiamare Cane un cane. Si chiese se l'Università fosse ancora lontana. Lo chiese poi ad un signore, che oltre a dargli l'informazione che gli occorreva, gli raccontò del tumore della moglie e dei figli in Svizzera, il tutto partendo dalla ovvia frase "Che tempo oggi!". Non gli diede fastidio. Ne fu quasi contento. Gli diede un senso di appartenenza, E già l' animo un po' gli si alleggerì. Essendosi il cielo un po' rischiarato e il passo fatto più sicuro, non tardò a giungere davanti allo scalone dell'Università. Ebbe un fremito. Si sentì grande. Sembrava non dovesse arrivare mai quel momento. Proprio come il sole quel giorno. Il pavimento era lucido, l'antrone silenzioso. Si aggirò rapìto nella nuova dimensione che si preparava a vivere, e cercò di occupare tutti gli spazi con le sue sensazioni. Poi uscì. Da un' altra porta, che dava su una strada in salita, via Mezzocannone, delimitata da una piazza in cima da uno scorcio di mare a valle. La percorse a passo lento, scansando sul marciapiede sconnesso i motorini e le merde, che sembravano essere spuntate lì con la pioggia, come i funghi nei boschi e le lumache nelle campagne. Si accomodò al tavolino di un bar, sotto un porticato, ordinò un caffè e godette del primo raggio di sole della giornata che da piovosa e umida diveniva chiara e tiepida. Cominciò a sentirsi come in un film, lui protagonista, a Parigi. Aspettava la sua Giuliette Binoche. Ma era a Napoli. Quindi arrivò solo il caffè. Sorseggiando piano osservava il via vai di gente, quasi tutti universitari di via Mezzocannone (facce piedi e sudori), chi più giovane chi meno. "Massimo a ventitre anni mi laureo. E vado via di qua", pensò. Non sapeva ancora che stava pensando male.

Zona notte (ovvero: Fuorigrotta).

Il fumo lasciava stancamente la cenere. Dietro la scrivania, dietro la finestra, dietro gli alberi, davanti allo Stadio, pensava lento. Tre anni. Certo veloci. Ma tre anni. E pochi esami. Avrebbe dovuto laurearsi, tra uno, ma non se ne sarebbe parlato almeno per altri quattro. Piazzale d' Annunzio era tutto un brulichio di gente. Aprì la finestra e lasciò entrare un tiepido raggio di sole, accompagnato da un godibilissimo odore di crema e pasta frolla, offerto a gratis dalla cornetteria di rimpetto . C'era una partita quella sera. La piazza brulicava di gente e vessilli azzurri e bianchi e cani impazziti. Borghetti bandiere curva culi magliette distinti e Maradona. E a lui non importava nulla. E guardava. Guardava la gente. La gente che entrava a frotte nello stadio col sole calante delle sette. Guardava la gente guardare la gente che entrava. Guardava i gerani sui balconi asettici del palazzone. Guardava una vecchia guardarlo di nascosto dalla finestra accanto. La scorse e salutò. Giusto un cenno, col capo, tanto per dire buonasera, sì, ti ho vista, buonasera. Così. La vecchia sorrise con tre denti e tante gengive. Quel caos era snervante. Clacson e voci di bambini svettavano nel vociare generale. Corti e neri. Ce n' erano tanti così. Corti, neri e brulicanti. Formiche. Allegri. Lui no. Quella gioia, tutta quella gioia, gli dava angoscia. Perchè lui non poteva. Da quando era a Napoli aveva capito che la gioia dei napoletani poteva sortire due effetti: coinvolgerti o ucciderti. Accadeva di essere partecipe delle gioie della massa: delle urla del pescivendolo, come delle menzogne dei mendicanti, troppo furbi a commuovere. O di restarne fuori. Esclusi. A parte. Malinconica Fuorigrotta. Forse c'era troppo spazio tutt' intorno, e il sole lo si vedeva dritto negli occhi. Dritto. Decisamente, per viverci occorreva troppa poca immaginazione. Quando scendeva dal Centocinquanta che lo portava a casa da Santa Lucia, si rabbuiava. Puzzava di monotono quella zona. Ci era finito per sbaglio. Tre anni prima aveva letto un annuncio su un giornale. Non sapeva dove fosse, Fuorigrotta. C'era finito così. E poi c'era rimasto. Orgoglioso dei sacrifici che faceva per spostarsi ogni mattina da casa all'Università, e del relativo tragitto al ritorno. Aveva un telefono. Gli telefonava la madre. E solo per sapere se la biancheria per quel mese era sufficiente. Si era affezionato al portiere, don Pasquale, "don", come un prete. Gli voleva bene come anni prima ne aveva voluto al nonno che abitava a Napoli. Al Cavone, si ricordava. E prima o poi ci sarebbe andato. Conosceva poco di quella città. Aveva sempre vissuto in un rapporto conflittuale con essa. Non era raro che si ripetesse la frase, sentita più di dieci anni prima dal nonno, "vedi Napoli. Poi muori". Guardando quella gente sciamargli sotto gli occhi, felici a frotte, l' angoscia lo assalì. Voleva essere con loro. Voleva correre con loro, allo stadio. A quella specie di messa, a quel rito che solo a Napoli sembrava fosse così clamoroso ed eccezionale. Non poteva e la rabbia gli fece urlare la frase che sovente ripeteva: vedi Napoli. Poi muori. Scese in strada correndo, scansando bagarini e caffè Borghetti e corse verso un piazzale costruito con travi da ferrovia, con grossi blocchi di legno. Poi imboccò il gigantesco Viale Augusto. Corse. Corse più forte e l'aere del tramonto, fresco, gli fendeva la faccia stanca di studio e solitudine. Alla fine del viale si girò affannato. L' arancio del sole e il rosa del cielo si confondevano. Una donna ritirava il bucato; un ragazzo portava sei caffè su un vassoio; gli alberi di palma frusciavano di un fruscìo elegante. L' aria profumava. Ora era il momento.
Bloccare quell' attimo.
Sensazioni e odori.
Odori e sensazioni.
Bloccare quell' attimo.
Aveva gli occhi umidi di lacrime, di malinconia, di gioia sommessa, mentre sussurrava:
"Vedi Napoli. Poi muori".
Bloccare quell' attimo. La continuazione sarebbe stata superflua.


Zona giorno (ovvero: il vicolo).

Non usava la sveglia. A farlo saltare giù dal letto da vent' anni ci pensavano le campane di una chiesa vicina. Alle sette in punto. Suonavano. Alle sette in punto. Ancora mezzo addormentato baciava la moglie sulla fronte, per uscire, poi, dalla penombra e dai cattivi odori della notte. La barba la faceva un giorno sì, uno no. Non ne aveva molta. Non si svegliava completamente se non quando con l'ascensore scendeva dal quinto piano fino all' ammezzato. Il vicolo lo portava giù, alla Pignasecca. Era particolarmente bello attraversare quel budello, silenzioso al mattino, squarciato nel suo letargo soltanto dalla radio invadente di una vecchia incurante del sonno degli altri. Ma era già ora di vivere. Si sa come vanno le cose. Era venuto meno che ventenne a studiarci. C'era rimasto per forza. Non si era laureato. Però un posto lo aveva trovato. Un posto buono. Si era fatto impiegato, si era fatto. Un posto buono. Amalia la aveva conosciuta al corso di Diritto civile. Si erano sposati due anni dopo. E quella casa fu la sua seconda, a Napoli, dopo quella che aveva abitato da studente a Fuorigrotta. Erano venti anni. Da quando si era sposato erano passati venti anni. Venti. Ed ogni mattina le campane, da vent' anni, lo svegliavano. Quando arrivò nel vicolo si spaventò. Claustrofobia umida: questo pensò guardando e annusando i bassi e i palazzi senza intonaco. Fortunato lui. Abitava in un buon condominio. Asfissiato da pareti di tufo, ma buono. Un buon condominio. Sotto, una salumeria. Sotto, un fruttivendolo. Sopra, il ponte di Corso Vittorio Emanuele. Urlavano. Sorpassata la soglia delle otto urlavano tutti. Urlavano per dire "buongiorno". Urlavano per chiamare il vicino di basso. Urlavano tutti. Anche i bambini. Più cantilenanti. Ma urlavano. Il sole, la mattina, fendeva di sbieco i balconi. La luce obliqua e gialla schiacciava il paesaggio in una strana fissità. Serti d'aglio, appesi a grappoli, puzzavano, complici degli odori di muffa e sugo che risalivano lungo i gradini del vicolo, in nauseabonda e atipica accoppiata. Le donne fumavano, quasi tutte in pigiama, sui gradini dei portoni. Tante donne. Tante mamme giovani. Tutte mamme. E urlavano. E lui stringeva gli occhi a quelle grida che lo infastidivano. Lui che andava a lavorare. C'era aggressività in quelle voci, quelle voci che sembravano sopraffare l' umido delle pareti. Quel microcosmo di duecento metri lungo, veniva superato. Gridando. Al di là. Si andava oltre. Quando giungeva alla Pignasecca, tra pescivendoli e verdurai era già luce calda. Era un fiume in piena che andava e che andava e che andava. Gente. E, passivo, si inseriva in quella corrente e si faceva trasportare fin sotto l'ufficio, dove si preparava a trascorrere la sua giornata di lavoro, cadenzata da un panino, quattro caffè e dodici sigarette. Tre volte faceva pipì. Era il ritorno a farlo duro, aspro. Il vicolo era silenzioso e la tristezza si avvertiva dalle luci balzanti delle televisioni, coi bambini e le mamme e i rari uomini piantati lì davanti. La scaletta continuava su e su. Arrivava sfiancato al cancelletto del cortile. Sbuffava e, un po' incazzato, un po' triste, affannosamente si dirigeva all' ascensore. Era da vent' anni che lo faceva. Vent' anni di fila. Anzi no. Sei anni prima era andato dieci giorni in vacanza.

Terrazza (ovvero: Il mare).

Una vita in una città sorvolata da gabbiani serve ad imparare a distinguere I'odore del mare da quello delle creme abbronzanti. Lo aveva imparato. La sua vecchiaia era sopraggiunta improvvisa, senza neppure avvisarlo, chessò, un sintomo, un segno. No. Tra routine e piccole gioie ci era arrivato. Fu una sera, in riva al mare. Se ne accorse come ci si accorge di una puntura di insetto. Quasi per caso. Un piccolo fastidio e: tac, prurito. Un piccolo fastidio e: tac, era vecchio. Sul Lungomare, quella sera ancora giovane, si correva di brutto. Erano tanti. Non era mai stato un tipo atletico, e non aveva mai notato gli allenamenti serali di giovani e ragazze. Se ne stava lì a criticare e a rimirare. Fastidio no. Interesse no. Passione no. Quella sera, però, fu diverso. Prima fastidio, poi interesse, poi passione. Così. Una cavalcata lenta a sfiorare l' ira. Perduto. Così considerò quel tempo passato, che da rumore diveniva polvere. I capelli imbiancati duettavano bene con le onde increspate del mare di Mergellina. Boccheggiava lento il fumo della sigaretta, ceppo arancione caldo. Strano. Si aspettava che quando fosse giunto il momento, quel momento, quella cazzo di vecchiaia, sarebbe stato un botto fragoroso. E invece se ne stava lì, a fumare ascoltando il mare. Bella Mergellina quella sera. Un nugolo di auto sfrecciavano distratte, ma bastava spostarsi di un tanto più in là, sugli scogli, per sentire null' altro che il crepitio delle onde, violente a cozzare contro la scogliera. Bello quel mare di notte. Bello quell'uomo su quel pezzo di vita un poco più corta. Osservava le navi arrivare nel porto, quiete per gli scafi e per i marinai, e le luci lontane delle città grappolanti dal Vesuvio. Bella Mergellina quella sera. Guardò le coppie affaccendate a trovare un riparo e rise pensandosi considerato un guardone, lui vecchio porco solo a guardar fidanzati sugli scogli... Non aveva perso l'abitudine di pensare lento. Lentamente si accorse di essere più partecipe del fragore, come della quiete, del mare. Ed era felice. Planava alto quell' uccello. Nello scuro del cielo risaltavano il petto e la ali bianche. Planava alto quell' uccello. E rigirando si andò ad adagiare su un cucuzzolo minuscolo che boccheggiava tra la spuma. Dietro, una falce di luna. Il sale bruciava su quel che restava delle labbra di un tempo. Sorridendo pacifico guardava l' uccello adagiarsi sullo scoglio. Sorridendo amaro parlò: "É già da un po' di tempo che accade: anche stasera il gabbiano ha chiuso le ali". La voce soffocata di malinconia.

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