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"Ibrahim, Nwanko and me" - di Fabio Marroni
Sull'autobus che alle venti di ogni sera feriale e festiva percorreva in trentacinque minuti netti il tragitto Pisa -Viareggio, i posti in fondo erano occupati da tre disperati più disperati di tutti i disperati che si riducevano a salire su di esso. Eravamo io, Ibrahim e. Nwanko.
Nwanko era nigeriano. Trascorreva le giornate in piazza Manin (quella, per intenderci, proprio di fronte a piazza dei Miracoli) cercando di vendere l'impossibile ai turisti, di ogni colore, lingua e religione (anche se gli obesi bianchi cattolici americani erano una vera manna dal cielo!). Arrivava alla fermata, distante ben venti metri dal suo punto vendita abusivo, sempre in ritardo e trafelato. in quanto iniziava a rimettere a posto il suo portentoso armamentario di bonghi, maschere africane e chilum quando vedeva in lontananza le luci dell'autobus.
Ibrahim invece era più puntuale. Infatti era egiziano, e tutti sanno che gli egiziani sono per I' Africa quello che i tedeschi e gli svizzeri sono per l'Europa e cioè un esempio di precisione. O forse arrivava un po' prima solo perché aspettava che arrivassi io a dargli una sigaretta prima di montare sul bus. Ibrahim era un'impresa di pulizie. Lavorava al semaforo di via Pietrasantina. Si lamentava sempre perché un senegalese si era piazzato su quello che solitamente era il suo semaforo, e cioè quello che fermava le macchine provenienti da piazza Manin. Così lui si era dovuto spostare e mettersi al semaforo che ferma le macchine provenienti da via Contessa Matilde. Secondo me, aveva fatto un affare. Chi passa davanti a piazza Manin è sempre incazzoso ed avaro, mentre chi sta fermo per interminabili minuti ai miliardi di semafori di via Contessa Matilde, è pervaso come da un senso di rassegnazione e di amore universale che 10 induce a concedere a questi poveri ragazzi di
colore l'onore di lavare il proprio parabrezza. E secondo me anche Ibrahim lo sapeva, perché lui era il più anziano dei lavavetri di quel semaforo, e non avrebbe avuto problemi a ridurre il senegalese a più miti consigli se veramente avesse voluto tornarsene al suo sfigatissimo semaforo. E invece preferiva starsene lì all'angolo con via Contessa Matilde: passava lì tutto il giorno, poi quando mancavano dieci minuti alle venti nascondeva secchio e spazzola da qualche parte e si avviava verso la fermata.
Insomma, ogni sera alle venti bene o male si ricomponeva il nostro trio scarcassato. Appena l'autobus si avvicinava, il suo rumore di ferraglia e stridere di freni (ed era veramente fortissimo!) veniva coperto dalle grida disperate di Nwanko e dall'acciottolio del suo bazar tascabile. Ci affannavamo intorno ai portelloni per infilare nel bagagliaio tutti quei manufatti africani, probabilmente prodotti da qualche ditta del nostro famoso nord-est, e poi iniziavamo il nostro solito carosello "Prima te, no, prima te" e alla fine salivamo, ci trascinavamo lentamente verso gli ultimi posti, e lì ci svaccavamo. lo andavo in mezzo, nel posto alla fine del corridoio, perché ero sempre il primo ascendere, a Torre del Lago. Ibrahim, che scendeva tra Torre del Lago e Viareggio e Nwanko che invece scendeva a Viareggio centro si mettevano ai Iati. A volte si parlava un po', ma non è che mi raccontassero molto dei loro paesi, della loro doppia vita. Sia Nwanko che Ibrahim
erano sposati. Mandavano a casa un po' di soldi. Contrariamente a quanto si pensa, i soldi italiani, sia in Egitto che in Nigeria valgono quel che valgono, e cioè se sono pochi valgono poco anche laggiù: ho voluto precisarlo, perché a volte ho sentito "amici" miei dire che poi questi "sfaticati" che lavorano in Italia dodici -tredici ore al giorno, Natale, Pasqua e Capodanno inclusi, mandano in patria fiumi e fiumi di pregiata moneta italiana, nell'ordine di due -tre milioni all'anno, che poi in patria ci fanno festa per trent'anni. (l miei "amici" ed "amiche" sono particolarmente bravi a ripulire la propria coscienza).
Ibrahim e Nwanko mi consideravano l'intellettuale del gruppo, per il fatto che ero l'unico laureato. Non comprendevano che anche i laureati potessero (e vi garantiscono che possono tuttora) essere disoccupati.
Oltre a essere stato eletto, per due voti a uno, l'intellettuale del trio, ero stato eletto all'unanimità il più chiacchierone. Però non sempre si chiacchierava: a volte, se non ero troppo stanco. sprecavo il tempo a leggere articoli scientifici arricchendo inutilmente la mia cultura. Oppure dormivamo un po', uno stravaccato sull'altro, un bianco che sembrava un marocchino, un egiziano che sembrava un bianco, ed un nigeriano che sembrava un nigeriano. Ibrahim, una volta, sono andato anche a trovarlo, nella sua casa a Bicchio, tra Torre del Lago e Viareggio. Quando sono arrivato, c'erano dentro una quindicina di persone, e io credevo che fossi stato invitato ad una festa, ma subito lbrahim mi aveva detto che gli altri quindici inquilini abituali dovevano arrivare. lbrahim era il genio che era riuscito a sistemare trenta persone a dormire dentro la stessa casa di settanta metri
quadri, aveva razionalizzato la disposizione dell'arredamento, dei materassi e dei sacchi a pelo e aveva ottimizzato l'utilizzo del bagno.
Quella sera, in quella casa sono stato quasi felice anch'io, a bere vino, a mangiare patatine fritte come primo e pasta come secondo, a cantare a fumare a parlare, a ballare e a far finta che anche senza una lira si può tirare avanti benissimo comunque. A una certa ora è arrivato anche Nwanko, porco d'un Nwanko che a volte sembra che le cose gli prendano vita dalle mani da tanto che è bravo a rimediarti tutto quello che vuoi e a fartelo sembrare l'unica cosa che hai sempre voluto comprare, e ai suoi marchingegni fumo geni è stata riservata la dovuta attenzione da parte di tutti.
Fortunatamente quella sera ero troppo ubriaco per tornare a casa, e mi sono piazzato sul tavolo a dormire sopra qualche tunica in perfetto stile Africa per non svegliarmi poi la mattina con la forma di un tavolo da cucina. Se fossi tornato a casa, avrei perso I' ebbrezza piano piano per strada e avrei aperto la porta di casa con 10 stesso entusiasmo con cui aprirei la porta di un inferno buio e freddo e vuoto.
A Febbraio Nwanko è partito. Dopo quattro anni è riuscito a comprarsi un biglietto andata e ritorno, e andrà a trovare la moglie, i figli già grandi.
Quindi il trio scassato è diventato un duo, scassatissimo, sfatto e stanco e pieno di rancore verso un sacco di cose e di persone, ma così tante e così diverse che nemmeno riuscivamo a dare una formulazione razionale del nostro malessere. lbrahim invidiava probabilmente Nwanko, ma lui era stato in Egitto I' anno scorso e non poteva proprio spendere quella fortuna per tornare a casa e fare I' amore con sua moglie che intanto chissà che sta facendo e chissà se sta bene e chissà se mi aspetta e chissà se. ..
Ogni tanto Ibrahim era veramente incazzoso che mi spaventava anche me, ma d'altra parte se lui mi avesse visto incazzato, sarebbe scappato di corsa a piedi fino a Bicchio senza nemmeno aspettare l'autobus, quel cazzo di autobus delle venti che ci ha trascinato a destra e manca per la Toscana senza tradirci quasi mai. Comunque, quando s'incazzava io aspettavo solo che gli passasse e mi dicesse "Scusa" e allora tutto finiva lì e ci davamo dentro a chiacchiere e ronfate ad aspettare che la strada ci passasse sotto il culo finche io non dovevo scendere.
E così io e lbrahim tiravamo avanti, un po' incasinati e scassati e stanchi, senonche un giorno quando io vado alla fermata lui non c'è, e quando l'autobus arriva lui non c'è e allora salgo da solo, vado in fondo e mi metto gli occhiali per leggere un po' e poi l'autobus va, ma solo per pochi metri, perché all'incrocio con via Pietrasantina si ferma di nuovo ed io mi dico sarà lbrahim che sta in mezzo alla strada per salire, e invece mentre I' autobus passa piano accanto al capannello di gente vedo che lbrahim è morto schiantato in mezzo alla strada arrotato da qualcuno che non si è nemmeno fermato. E l'autobus passa proprio lentamente accanto al crocchio, e rallenta ancora, come se l'autista mi interrogasse per sapere se voglio scendere oppure no e io raccatto tutta la roba con le mani e mi alzo, mentre l'autobus piano piano si allontana da lbrahim morto, ma così piano
che io 10 vedo, vedo i suoi occhioni spalancati e la sua pelle chiara più della mia tutta sparsa sull'asfalto a venti metri da dove un gran signore in Mercedes l'ha messo sotto, e per fortuna la vista ultimamente mi è calata e non avevo soldi per cambiare occhiali, che così non sono stato costretto a vedere tutto proprio tutto. E l'autobus andava via piano piano, e io ero lì in piedi con la mia roba, pronto per scendere e dire a tutti che lbrahim era morto ed era amico mio e che veniva dall'Egitto e che aveva una moglie, ma chissà in quale città d'Egitto stava. Poi ho posato la mia roba e mi sono rimesso a sedere, perché quando sei sull'ultimo bus, e non hai una lira e non hai nessuno, ci pensi due volte prima di scendere e vedere il tuo amico morto e poi restare allo sbando in via Pietrasantina ad aspettare che qualcuno ti prenda su sperando che non sia un maniaco come quelli che hai già trovato tre volte. E allora, vi dicevo, ho posato la roba, e mi sono messo a sedere, tranquillo, ho preso un articolo scientifico intitolato ..Action spectroscopy " ed ho iniziato a leggere,
concentrandomi con attenzione su tutte le parole, e sottolineando i concetti più importanti, e così quando sono arrivato a Torre del Lago l'articolo l'avevo letto tutto, tanto che le pagine erano tutte accartocciate e strappate e con la matita avevo sottolineato le cose più importanti e infatti la matita si era troncata in due, e a piedi sono arrivato a casa, scordandomi che alla fermata avevo la bici, e quando sono arrivato a casa ho preparato subito un piatto di pasta e me lo sono ingozzato a una velocità incredibile e subito dopo senza nemmeno sparecchiare me ne sono andato al cesso e ho vomitato anche l'anima, veloce veloce, e poi mi sono messo a letto sperando di dormire senza svegliarmi più proprio mai più e quando ha suonato la sveglia mi sono detto cazzo no sono ancora
vivo e allora ho pianto un casino, alle sei e mezzo di mattina, mentre mi preparavo, e intanto pensavo un po', così, nulla di particolare, e pensavo che volevo tornare indietro, che volevo scendere da quel cazzo di autobus e provare a far re suscitare lbrahim dall'aldilà che se tutto va bene per noi sfigati sarà schifoso come l' aldiquà, ma secondo me non ci sarà nemmeno, e alla fine del viaggio tutto quello che avremo avuto sarà questo, un sacco di giorni di fatica e di fame, e un bastardo riccone che ci prende sotto e ci fa schiantare e poi non gli rode neanche da dire sono stato io povero figliolo 1 'ho ammazzato. E se tornassi indietro spaccherei a testate il vetro del bus e salterei giù a vedere Ibrahim morto, e starei lì fino a che non lo sistemino in una signora cassa da
morto, e mi incazzerei con chi dice le solite stronzate che era solo un lavavetri e che cosa vuoi che sia, e poi andrei a vedere che lo portino ammodo fino all'obitorio e che scrivano bene Ibrahim, e che magari potrebbe avere una lapide anche lui, anche se non mangiava maiale, e poi me ne starei lì un po' a piagnucolare su di lui e adire guarda come ti hanno ridotto e a ricordagli della cena sgangherata e di tutte quelle schifosissime cose che ancora sarebbero potute succedere e invece non succederanno più proprio mai più, e poi dopo un po' me ne andrei, perché anch'io prima o poi dovrei tornare a casa, e mi sarei messo lì proprio lì, al semaforo dove via Contessa Matilde incrocia via Pietrasantina, a fare l'autostop, con i lacrimoni che sarebbero scesi giù all'impazzata come mi scendono ogni volta che ci ripenso, aspettando che qualcuno mi prenda su, e sperando che non mi
metta sotto.
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