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"Il Violoncellista Signor Ricardo Pichot" - di Raimondo Brandi


Stanotte ho spostato i mobili di casa. Mi sono svegliato mentre avevo un incubo, con una opprimente voglia di muovermi, e mi sono alzato. Non avevo lo spazio necessario. Che strana sensazione. Mi sono sempre considerato un uomo intelligente, e allora? Che cosa sono queste paure?
Alle due andrò a fare una passeggiata. Mi sono rimaste poche cose che possono distrarmi. Camminare. Lo spazio aperto, le persone mi fanno bene. Ho bisogno di vedere le cose passare davanti ai miei occhi, tutte le cose di questo mondo. Non sopporto più la vista degli oggetti di casa, dei vestiti. Ne ho paura..
Stanotte è stato l'eco della mia voce a spaventarmi. Quando mi sono svegliato, ho urlato. Non ho sentito l'urlo, perché si è spento mentre si accendeva la coscienza, ma ho sentito il suo riverbero sulle pareti della stanza. Rimbombava.
Che buffa cosa la paura. Si dovrebbe avere a disposizione un campo infinito, aperto, sotto il cielo, per vincerla. Gli ostacoli e i confini mi demoliscono. Ho terrore del mio corpo, ma se potessi avere lo sguardo sempre avanti, alto, e camminare senza sosta, dimenticherei le mie mani e tutta la mia pelle. Non penserei a niente.
Darei tutto per acquistare un po' di calma, e farei un buon affare, ne sono certo. Ah! Che parola. Certo. Ero certo della mia vita, ed ora la regalerei come un oggetto di poco conto a chi sapesse sgombrarmi la testa, ero certo di me e di lei, e ora io sono immobile e lei non è più. Dov'è che posso riposarmi? Il giardino infinito...è un sogno.
Alle due sono andato in centro: Via Genova era quasi vuota. Due ragazzi
camminavano mano nella mano. Ho lasciato che il mio sguardo li studiasse. Erano giovani. Belli. I cappelli che portavano mi parlavano del loro carattere: simpatici.
Camminavano piano e io ho preso il loro passo con facilità. Si fermavano raramente alle vetrine, si muovevano dentro ad una melodia di note alte. Sorridenti.
lo sorridevo con loro, a pochi passi di distanza, e li ho riconosciuti. Li avevo già visti. Erano la coppia di universitari che aveva preso in affitto l' appartamento a piano terra.
Li avevo sentiti qualche mattina, lei usciva presto e lui la accompagnava alla porta, si fermavano, lui sulla soglia e lei nell'ingresso e si salutavano con il loro prossimo appuntamento: "All'università alle cinque" diceva lei.
"All'università alle cinque" rispondeva lui.
I giochi della complicità. Anche io ne ero stato pieno, non ho fatto fatica a
riconoscer lì. Quando ho capito chi erano, la mia curiosità è cresciuta. Li ho seguiti fino in fondo a Via Genova, dove hanno trovato un piccolo locale. "entriamo, ho freddo" ha detto lei.
Dolce. E sono entrato.
Mi ricordo con precisione il caldo e la scarsa confusione, ho preso un the come loro, e mi sono seduto distante, a guardare. Non che la cosa mi interessasse, non più delle luci fuori per la strada, o dei passi sulle mattonelle della via.
Ho pensato al mio Violoncello. Avrei potuto suonarlo. Sicuramente. In quel
momento. Una melodia semplice, per accompagnare, che si infilava bassa tra le chiacchiere della gente e poi saliva, si infiltrava nei discorsi e glieli portava via per farli voltare tutti nel giro di pochi minuti ad ascoltare, con discrezione, lasciando solo i due ragazzi tra di loro, una graziosa eccezione che incuriosiva. Ispirava.
Quando i ragazzi sono usciti erano le quattro e mezzo:
"A casa alle otto" ha detto lei.
"A casa alle otto" ha sorriso lui.
E si sono separati.
lo sono tornato a casa. Avevo una tremenda ansia di suonare. Sentivo il peso di tutti i mesi di inattività, dal giorno dell'incidente.
Sono entrato, ho preso l'archetto e mi sono seduto.
Quando ho iniziato a suonare ho riso, è stato bello, ero divertito. Da mesi passavo ore a girare intorno al mio strumento. Come un domatore, con l'archetto alto in mano, impaurito, sempre più stanco. E ora suonavo.
Ecco la musica che avevo pensato, leggera, bassa. Tornavano i miei passi per via Genova, e i loro. Il the e le voci, i nostri tavoli, i sorrisi che avevo visto, la cara intimità che mi aveva distratto. Il saluto che riconoscevo. Le quattro e mezzo.
Ho suonato e poi ho smesso. Di colpo. Mi sono alzato maldestro e il violoncello è caduto per terra di faccia. Il rumore è stato orribile, ha rimbombato non ho urlato solo per paura della mia voce, mi sono tappato le orecchie con le mani, ma l' eco non sembrava placarsi, continuava. Ho aperto la porta e sono scappato. Per le scale-la mia corsa mi spaventava, vedevo i piedi veloci sugli scalini e cresceva in me il disgusto.
Arrivato a piano terra ho visto la porta dell'appartamento dei ragazzi-. Ho bussato. Ho fatto appello a tutta la mia forza e ho bussato, perché mi facessero rifugiare, per poco.
Il tempo magari di un altro the. Un bicchiere d'acqua. Non lo avrei fatto se non avessi pensato che in fondo poteva far piacere anche a loro. Un sorso. Io lo avrei fatto.
Certo. Per loro. Un minuto soltanto.
Ma non c'era nessuno. Era troppo presto, mancava più di un'ora alle otto.l1 tempo non ha pietà, è di lui che bisogna avere paura, non torna indietro e non accelera, severo. Mi si sono bagnati gli occhi. Non avevo proprio niente da fare.
La mattina dopo ho aspettato che lei uscisse per sentirli giocare:
"Alla mostra alle quattro" ha detto lei.
Ma lui ha rotto il giocattolo
"Non so se posso. Forse" ha risposto.
Non so se posso. Forse. Ero dietro l'angolo, in piedi sulle scale, e non ho visto il viso di lei. Me lo sono immaginato, e ne ho avuto pena.
Ho pensato chiaramente: I giochi dell'amore diventano- insopportabili a chi è annoiato. Sono uscito subito, ho visto la ragazza che camminava spedita e le sono andato dietro, fino all'università. Sono entrato e mi sono seduto in un aula, infondo, lei stava nei primi banchi. Pensavo a quale musica avrei potuto suonare. L' aula era grande con soffitti in legno, ma era arredata malamente, con sedie e banchi di plastica e metallo. Non mi veniva in mente niente, mi sono concentrato sulla ragazza e l'ho
trovata così piccola. Sola. Mi ha fatto pena. Quasi sono scoppiato a ridere quando ho pensato che avrei potuto suonare un Requiem. Siamo. andati a mangiare in un bar tavola calda .lì vicino. 10 in piedi al bancone e lei seduta con le sue amiche. Era così anonima insieme a loro, ho pagato e sono uscito.
Camminare era un sollievo, ma il sole forte, mi dava fastidio. Sono arrivato in piazza del duomo. Sentivo nel mio petto crescere lentamente la mancanza. Era una mancanza larga e sottile, come una scomodità. Prendeva sempre più spazio. Cercavo la musica adatta per quel pomeriggio, ma non riuscivo.. nave stavo andando?
Sono arrivato davanti al palazzo delle mostre. Ho ricordato. Uno striscione
pubblicizzava le foto di De Biasi. Era una bella scelta per una coppia di innamorati.
Ho salito le scale e sono andato ad aspettare. Da qualche tempo avevo smesso di annoiarmi.
La ragazza è arrivata qualche minuto prima delle quattro. Si è guardata intorno, è entrata, ha cercato dentro, e poi è uscita di nuovo. Si è seduta ad aspettare. 10 ero in piedi fuori" appoggiato al muro. Avevo sete e continuavo a umettarmi le labbra. Lei ha tirato fuori una sigaretta e l"ha messa in bocca, poi ha cambiato idea, ha aperto la borsa e .1 'ha messa a posto.
Dall'altra parte dell'ingresso c'era una fontanella. Per andare a bere avrei dovuto attraversare l' entrata, ma non volevo muovermi. Aspettavamo insieme. Lei guardava giù dalle scale sperando che arrivasse e io guardavo il suo viso per vederlo cambiare.
La sete aumentava e così il respiro, il battito del cuore. Era tutto così simile alla paura, ma era eccitazione. Un ragazzo andò a bere, vidi l'acqua. Non volevo distrarmi.
Verso le quattro e mezza non era arrivato; La ragazza si è alzata e ha sceso le scale, io ancora guardavo, si è fermata sulla strada, ha preso la sigaretta, l'ha accesa e se ne andata. m sono- corso alla fontana ed ho bevuto. Quando ho rialzato lo sguardo mi sono guardato intorno, non conoscevo nessuno. Ho pensato: e adesso cosa faccio?
La loro mancanza stava prendendo ogni mio sguardo. Non posso, dire cosa volessi, volevo vederli. Pensavo mi sarebbe bastato poco. Un' altra volta. A passeggiare un' altra volta. Li avevo visti solo una volta, e nessuno mi aveva detto che sarebbe stata l'ultima. Dovevano dirmelo. Non è giusto! L 'impotenza. Il terrore cresceva velocemente. Se avessi saputo che sarebbe stata l'ultima volta, ne avrei sorriso, avrei pensato ai casi della vita, invece ho atteso, e ora? Andavo cercando una soluzione, una qualunque. La paura stava bloccando la mia testa; ho pensato che aiutandoli avrei aiutato anche me. Ho preparato discorsi per convincerli; Frasi adatte, motti.
Ragionamenti romantici. Tristi esempi di vita vissuta. Sono riuscito a calmarmi con l'immagine di loro uno accanto all'altra che mi ascoltavano, magari nella loro cucina, con un the. Sono arrivato al portone di casa che era notte, certo delle mie ragioni, sicuro che li avrei convinti.
Mi sono accostato alla loro porta, non si sentiva nessun rumore, forse dormivano, ho appoggiato il pugno chiuso sul legno, ma non ho bussato, mi sono gingillato con l'idea dell'urgenza del mio intervento e poi mi sono seduto, sveglio. Ho aspettato la mattina.
Mi sono svegliato di soprassalto quando ho sentito aprirsi la serratura, era giorno e nebbia.
Mi sono stropicciato gli occhi e ho visto la ragazza, mi sono alzato di scatto.
Era quello il momento. La ragazza ha fatto un passo in avanti poi si è girata, e ha chiuso la porta dietro di se. Mi ha visto fermo:
'Buon giorno" ha detto.
'Buon giorno" le ho risposto.
Ed è uscita.


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