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"Mani" - di Francesco Paloschi
Le mani di mio figlio sono strepitose. Un assoluto miracolo
di biomeccanica. Impulsi elettrochimici scivolano lungo
i nervi e accendono estensioni e contrazioni delle dita.
Il gioco delle articolazioni è ben lubrificato,
non c'è nulla che inibisca la fluidità del
movimento. Sospinti
da una sinfonia di muscoli e di tendini i corpuscoli del
derma collaudano il tatto, esplorano le superfici e la
consistenza delle cose. A volte sostano immobili, come
in attesa. La gente gliele guarda. Sono mani lunghissime,
di cui ciascuno vuole dire qualcosa. Che sono di sua madre,
affusolate, da pianista. Per me sono belle, molto più
esattamente. Mio figlio, domani, compie tre mesi. Questa
mattina ho dovuto prenderlo in braccio.
L'obbligo è una faccenda mia, lui stava benissimo
disteso sul lettino. Quando si sveglia al mattino distribuisce
sorrisi. Finche non si lamenta consigliano di lasciarlo
giù, a stare troppo in braccio si vizia. Sono tutti
pieni di buoni consigli.
lo lo tiro su lo stesso, non riesco a farne a meno. Proprio
io che i bambini non dico li detestavo, ma è un
fatto che non ci provavo uno striscio
d'interesse. Mio figlio mi ha rovinato, ho perso i denti
del leone. M'è rimasta la dentiera. Gli rido, lo
chiamo e mi nascondo, lo giro e lo volto. Invento cantilene
ridicole e agitandomi come una scimmia gli recito frasi
che non può capire.
Giorno dopo giorno rincretinisco.
Ma le mani di una persona sono una cosa seria. Questa
mattina tenevo in braccio una persona... Chissà
che tipo di uomo sarà, mio figlio.
Sulla pelle non hanno un segno, seta pura. Sono mani senza
passato. Neppure cercano un futuro, sono mani e basta
e come mani le usa. Non possiedono vincoli con la coscienza,
la coordinazione col cervello è ancora
offuscata. I collegamenti nervosi si devono affinare,
i sistemi periferici disubbidiscono al centrale. E' un
ragionamento di polpastrelli, di sondaggi discreti e piccole
reazioni, di delicati sfioramenti, di prese decise.
Sotto gli occhioni sgranati le sue mani esplorano le mie.
Stamattina, con calma, le nostre mani si sono messe a
parlare. Una chiacchierata di dita. Eravamo seduti sulla
poltrona in cucina, o meglio, io sedevo sulla poltrona
e lui sulla mia gamba, la testina di velluto tiepido
appoggiata al braccio. Studiando le sue mi stupivo delle
mie.
Si tende a perderlo, lo stupore per le proprie mani.
Le mani della specie umana sono dotate di capacità
finissime, sono sensibili e precise come nessun altro
organo motorio animale. Probabilmente il nostro cervello
si è evoluto tanto anche per governare le loro
enormi potenzialità. Il sistema neuromuscolare
che le attraversa e
le dirige è un capolavoro di architettura biologica.
La loro sensibilità è la massima del corpo,
il disegno delle impronte digitali ne moltiplica la percezione
tattile.
Dialogando con le mani di mio figlio, le mie navigate
ma sbadate appendici parevano tornare consapevoli di se
stesse. Una mano invecchiando perde la memoria, è
una regina che si crede una serva. Ci vuole una mano giovane
a rammentarle il rango che le spetta.
La scorsa notte le mie mani hanno ucciso un uomo. La guerra
richiede alle mani tutta la loro perfezione, un'arma va
maneggiata, appunto. Da sola non serve a niente. Si prende
la mira cogli occhi e col cervello ma in pratica
sono le mani a eseguire il colpo. Non ci s'inventa niente
sul momento, la coordinazione viene solo con un allenamento
serio. Una mano è un genio docile, si presta all'addestramento.
Mio figlio è un bambino buono. Dorme tutta la notte,
si sveglia sorridendo. Prende il latte di sua madre e
cresce sano. E' un angelo caduto dal cielo. Se il carattere
si manterrà lo stesso da grande... L'importante
è che sia
una brava persona. Sono pochi giorni che sa d'avere le
mani. Prima,
probabilmente, non se ne rendeva conto, erano ignote estensioni
del corpo che si agitavano a caso. Ora incomincia ad allungare
il braccio, ad afferrare un oggetto con una presa grossolana.
Se gli si appende un gingillo sopra il lettino, o se gli
si presenta un pupazzo davanti al viso, vede che ciò
che la mano colpisce si muove, pone in relazione causa
ed effetto.
Non è più quel corpicino senza nerbo che
era, stamani tra le mie braccia aveva una solidità
inaspettata. Ruotava la testa con discreto vigore, lo
sguardo rapito studiava i quadri alle pareti. Gli ho fatto
un buffetto con l'indice sul nasino, lui mi ha afferrato
il dito e ha stretto. Forte
come può stringere un bimbo di tre mesi.
Quel dito, la scorsa notte, ha premuto il grilletto. Pensandoci,
mi è
venuto spontaneo ritrarlo, ma lui non ci si staccava.
Lo credeva un gioco, con quella sua mano da uomo in miniatura.
Io tiravo piano e lui rideva, appeso colle cinque dita
dalla stessa parte. Non sempre i neonati sono portati
a chiudere il pollice dalla parte opposta. Il pollice
opponibile ha bisogno di rodaggio, un'altra meraviglia
che si perfeziona col tempo.
Il soldato che ho ammazzato ieri lo conoscevo. Da bambini
abitavamo nello stesso quartiere. Giocava a basket in
modo straordinario, quando saltava pareva levitare in
aria e con la palla tra le mani faceva giochi di prestigio.
Tutti dicevano sarebbe diventato un campione. Un giorno
non lo si vide più in giro, venni a sapere che
i suoi avevano traslocato. Quando gli ho sparato stava
puntandomi addosso.
Se oggi le mie mani potevano giocare con quelle di mio
figlio, è perché la scorsa notte sono state
le più veloci. Le mie mani, come mani, sono rovinate.
A parte le cicatrici, è dentro che sono sfregiate.
Guardando quelle
splendide e nuove di mio figlio, per le mie mani, stamani,
provavo compassione. Forse .sarebbe stato più giusto
m'avessero fatto schifo, ma se così fosse non riuscirei
a uccidere ancora. Invece è quello che dovrò
fare stasera. Siamo stati anche noi bambini. Avevamo mani
bianche e
innocenti un tempo, le avevo io come quegli uomini laggiù
dietro il muro. Nel buio ne conto almeno cinque appostati
tra le macerie. Noi altri siamo in tanti, assommandole
le nostre mani saranno tre volte le loro. Non hanno scampo.
Restiamo in silenzio e studiamo la situazione. Decidiamo:
in sette ci spostiamo, cerchiamo di aggirarli e di sorprenderli
tra due fuochi. Come lupi nella notte corriamo lungo il
perimetro del quartiere. La città è lacera
e deserta, un mondo di luci spente e rottami. L'anima
di
questa città l'hanno distrutta le nostre mani.
Le mani dei bambini costruiscono sogni, per gioco diventano
mani da dottore, mani di madri e di padri, mani di costruttori,
di alchimisti. Le mani dei bambini
edificano il mondo, ci vogliono mani adulte per farlo
fuori. Le opere d'arte sono opere di bambini. Mentre il
pennello insegue i percorsi di un sogno, le mani dell'artista
viaggiano indietro nel tempo. Le sinfonie musicali sono
giochi di mani, maestose orchestre digitali che si rincorrono
euforiche lungo i tasti e le corde degli strumenti. La
grande cattedrale che svetta miracolosamente intatta in
questa nostra città sfigurata dalla guerra,
pietra su pietra è salita dalle mani, generazioni
di mani e di anime bambine che hanno elevato al cielo
le geometrie del pensiero. Capolavori sono anche quelli
che contemplo tra le piccole dita di mio figlio, quando
tracciano figure indagando timidamente il vuoto.
Adesso, invece, l'unica cosa che mi riesce di vedere sono
quelle schiene, anche se siamo ancora troppo distanti
per sparargli addosso. Ci siamo, li abbiamo in pugno.
In due stanno facendo fuoco contro i nostri dalla parte
opposta, altri sostano immobili accovacciati a terra.
L'eco delle detonazioni sconvolge il silenzio. Simili
a esausti e rassegnati spettatori, i palazzi assistono
muti, avvolti nella loro maschera di vetri rotti e intonaci
scrostati. Ci avviciniamo trattenendo il fiato.
Ci fermiamo nascosti dietro un camion ribaltato, un'enorme
macchia d'olio m'insudicia gli stivali. Riconosco sulla
destra il chiosco di una vecchia edicola, una volta il
proprietario era amico di mio padre e venivamo fino
quaggiù se ci serviva il giornale. Capitava molto
di rado, mio padre non era un gran lettore. I suoi occhi
parevano stanchi. I miei occhi stanno piangendo, e le
mie mani tremano di rabbia e di paura. Capita spesso che
mani e occhi agiscano in comunione.
Stamattina ho detto a mio figlio che questa notte sarebbe
stata l'ultima. Gliel'ho promesso sottovoce stringendogli
le mani. Cogli occhi guardava altrove, ma sembrava ascoltare
e capire. Non mi interessa quali sono
gli ordini, quanto agli ideali sono svaniti da un pezzo.
Affiderò alle mie mani una mansione degna, raccoglieranno
l'essenziale in giro per la casa. Caricheremo l'auto e
ce ne andremo domani stesso, ho un caro cugino a nord
della frontiera.
Ci hanno scoperto prima che cominciassimo a sparare.
Comunque ora sono costretti a concentrarsi su due fronti.
Disperderanno le forze e finiranno per soccombere. Ho
già vissuto questo schifo decine di altre volte,
vincere è quasi facile se stai dalla parte più
forte. Ma questa sera mi viene voglia di fare un gesto
pazzesco. Una di quelle scene che soltanto a immaginarsele,
sembra di viverle di persona per davvero. Getto a terra
il fucile e alzo le braccia al cielo. Grido al nemico
Fermiamoci, Ascoltate. Mostro le mani aperte, buon Dio,
le mani nude. Per fuori sono le mie, segnate dal tempo.
Dentro sono le mani di una persona di tre mesi.
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