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"Il tempo di un pupazzo di neve" - di Marco Mazzuccato
Fuori
piove. La strada è piena di grosse pozzanghere
dentro cui gli uccellini a volte fanno il bagno credendo
sia il mare. Tutto è grigio, le nuvole, i tetti
delle case, i miei pensieri e persino quelle mani che
avrebbero voluto un natale diverso, pieno di neve e di
allegria, di gioia e di qualche desiderio finalmente realizzato.
Com'è bravo l'uomo a sperare, ad illudersi e a
rimanere in silenzio quando invece avrebbe voglia di urlare
tutta la rabbia di una sconfitta!
Io osservo. Dal mio letto sono diventata bravissima a
farlo e quando sono stanca di tenere aperti gli occhi
mi accartoccio come un foglio di carta da buttare nel
cestino, mi giro su un fianco e aspetto che una lacrima
anneghi il mio guardare il domani, i miei pensieri senza
più troppo senso, i miei progetti che non saranno
mai realtà.
Mi piacerebbe che qualcuno lassù pensasse un po'
a me, solo il tempo di un istante, non chiedo di più,
vorrei vedere la neve ancora una volta prima di morire,
farne un pupazzzo in giardino come quando ero bambina,
nel cortile dietro casa, sedermi accanto ai suoi piedi
e con quelle poche forze che ancora mi rimangono cercare
di dargli un volto che assomigli un po' a quello di Dio,
il mio futuro sposo. Solo questo, solo il tempo di un
pupazzo di neve, il resto sarebbe troppo e assurdo e lo
lascio ai miei figli, alla mia e alla loro immaginazione.
I miei figli! Non voglio che soffrano ma mi rendo conto
che qualcosa di simile accadrà perché loro
mi vogliono bene. Sto per morire, è una questione
di ore ormai e loro sono in attesa come lo sono io, loro
sanno che non tornerò più, che domani sarà
tutto così difficile e assurdo!
A loro non posso mentire.Sono forti; sono talmente forti
che non gli ho mai visti piangere o lamentarsi e questo
mi dà un po' di sollievo. Mi mancheranno, di questo
sono sicura ed è uno strazio.
Neve. Avevo chiesto un fiocco bianco invece niente, niente
di nuovo da giorni interi se non quell'acqua, quelle gocce
grandi come foglie che si staccano dagli alberi e cadono
a terra, pesanti come questo mio corpo che sento sfiorire
e presto assomiglierà ad un mazzo di fiori buttato
dalla finestra.
Sto male. Non è per il dolore che mi lamento, no,
quello l'ho già sconfitto mesi addietro, ormai
è diventatto mio amico il Dolore. Ah, i Dolore!
Quante corse abbiamo fatto insieme di notte, a denti stretti
così che nessuno potesse sentire, quante giornate
abbiamo passato cercando di trovare una ragione per continuare
a resistere al grido straziante di ciò che rimane
della mia vita!
E' stata un lunga battaglia ma alla fine ha vinto Lui,
posso dirlo, mi sono lasciata andare e piuttosto che resistergli
mi sono chinata, l'ho fatto entrare ed ora eccolo, è
Lui il padrone di tutti i miei respiri e ha detto che
non mi abbandonerà più.
E' stata un lunga battaglia ma alla fine ha vinto Lui,
posso dirlo, mi sono lasciata andare e piuttosto che resistergli
mi sono chinata, l'ho fatto entrare ed ora eccolo, è
Lui il padrone di tutti i miei respiri e ha detto che
non mi abbandonerà più.
A Lui posso raccontare tutto anche solo con uno sguardo,
cosa fanno i miei figli, quali sono le mie paure, quali
i nemici, i sogni, le speranze, persino se sono felice;
alla fine del viaggio però torno sempre al punto
da cui sono partita, a quei miei sogni che così
tanto amo ancora e che da soli riempiono le mie ore da
malata.
I sogni! So che essi saranno gli ultimi a fuggire dalla
mia mente e dal mio cuore prima che io diventi cenere
e spenda così il mio tempo a bruciare accanto ad
una stella, lo so ma faccio così tanta fatica a
mettermi in testa che da qui a poco la mia vita sarà
legata sempre più ad un alito di vento che leggero
mi porterà via!
Ho sonno. Una volta quando ero giovane riuscivo a non
dormire per giorni interi, ora invece mi sembra di non
voler far altro, dormire, chiudere gli occhi, cercare
un burrone e... No, prima di buttarmi di sotto vorrei
fare ancora qualche altra piccola cosa come accompagnare
mio figlio a scuola, andare in chiesa, piangere dalla
gioia, abbracciare un bambino senza farlo cadere con queste
mie mani che non fanno che tremare e poi vedere decollare
un aereo, seguirlo con lo sguardo sino allo scomparire
della sua coda fra le nuvole. Farò tutto questo
a con1inciare da subito, ho così poco tempo ormai
che sarebbe assurdo aspettare ancora; voglio vivere ciò
che mi è rimasto da vivere e nulla più anche
se so che non riuscirò a fare nulla.
Con la mente. Userò la mente e basta, non posso
fare altro.
Oggi ho mangiato un cucchiaio di pasta e un omogeneizzato
alla frutta. Credevo di aver fatto un vero e proprio pranzo
di nozze, ero soddisfatta, sazia, mi sentivo bene ma all'improvviso
mi sono accasciata.
E' stato un attimo, come un pugno sferrato da dietro le
spalle. A fatica allora ho cercato di chiamare chi era
in casa ma prima che qualcuno arrivasse avevo già
riversato tutto il mio bel pranzo sul pavimento. Che schifo!
Sto morendo. Me ne rendo conto e lo ripeto per l'ennesima
volta, non posso più mentire o sperare che questo
avvenga solo agli altri o alla televisione. Quel male
tremendo è qui dentro me. A volte lo sento, sento
dei brividi alla schiena che fanno giri assurdi e arrivano
sino alle mie mani per poi ritornare da dove erano partiti,
al cuore.
Della mia condizione ciò che mi pesa di più
è il non riuscire più a lavarmi da sola.
Odio quando qualcuno tocca la mia pelle così tanto
tirata per il gonfiore, odio il non riuscire più
a prendere un sapone, una spugna e farla passare dolcemente
sul mio corpo come un tempo. Mi sembra di essere ritornata
bambina con la differenza che ora tutto sa di vecchio,
di marcio mentre prima quell'odore di fiori e sapone era
una gioia immensa.
La vista mi si appanna; sempre più spesso vedo
dei volti irriconoscibili che diventano reali solo all'udire
della loro voce. Riconosco così i miei figli, dalla
voce. Mi piace ancora coccolarli un po', stringerli a
me anche se per poco, poi lascio loro la mano, mi volto
e aspetto che vadano via. Poi piango, singhiozzo e se
qualcuno mi sente sussurro qualcosa, dico che ho il mal
di testa, che non deve preoccuparsi perché passerà
subito. Mi giro, cala il sipario e mi addormento per qualche
minuto che a me sembra essere durato un'eternità.
E' già mattina. Mi sono svegliata ma penso sia
uno stato di incoscienza quello che mi circonda e che
mi trafigge la mente. Non credo possa chiamarsi vita questa!
Non so neppure quello che sto scrivendo! E' tutto così
assurdo!
Credo proprio che sarà l'ultima volta che mi sveglierò,
che con una mano scosterò le coperte, impugnerò
una penna e getterò qualche pensiero su questa
carta talmente bianca che provo invidia al solo vederla.
I miei figli! Dove sono i miei figli? L 'ultimo pensiero
prima di addormentarmi e il primo quando mi sveglio è
per loro e credo sarà così anche quando
tutto sarà finito.
Non ho fame, neanche sete. Ho la gola secca; credo che
la colpa sia di tutte quelle medicine che mi hanno bruciato
anche la pelle talmente erano forti e maleodoranti. Mi
sento come una mongolfiera eppure mi ritrovo qui inchiodata
a questo letto senza possibilità di volare se non
fra queste quattro pareti, pesante come un masso di cemento.
Ed io che sino a poco tempo fa sognavo di vedere la scia
bianca degli aerei non posso far altro che parlare senza
pronunciare neanche una parola, con in mano un biglietto
di sola andata per il paradiso! Com'è strana la
vita. Vorrei comunicare con qualcuno ma faccio troppa
fatica. Che sofferenza non riuscirci! Sei lì, senti
il fiato uscire dalla bocca e non riesci ad inspirarne
altro! Quante parole credete si possono dire in apnea?
Poche e alla fine desisto e taccio.
Il tempo di un pupazzo di neve e di me niente più.
Se riesco vorrei dormire un istante, per l'ultima volta
da viva, senza pensare a nulla, in silenzio.
Oggi c'è il sole. Che bello deve essere morire
così! Pensandoci bene avrei ancora una cosa da
fare. Vorrei dire una preghiera alla mia madonnina, chiudere
gli occhi e vederla immersa nella sua luce d'argento;
spero mi perdonerà il fatto di non riuscire a cingere
le mani come vorrei e come dovrei ma ho questo braccio
che mi fa troppo male e proprio non ci riesco.
Manca poco, poi allontanerò lo scrittoio, mi stenderò
e aspetterò il mio turno, l'ultimo respiro soffocato.
Farò così, ormai ho deciso, non mi rimane
altro.
Ho un freddo terribile. Sento delle mani che mi sfiorano
eppure sono sicura che non è entrato nessuno nella
stanza.
Ho capito. Ci sono gli angeli. Sono arrivati, sono venuti
a prendermi, è ora ormai. Dirò loro di aspettare
qualche minuto, non mi sembra di chiedere tanto, qualche
minuto e poi sarò da loro per sempre, il tempo
di qualche parola scritta anche di fretta in questa calma
infinita che mi fa impazzire e niente più, veramente
niente più.
Saluto tutti. L'aereo della vita o della morte sta partendo
e dice di non poter aspettare oltre. lo piango ma mi accorgo
che non ci sono lacrime dentro i miei occhi, non ho più
niente, non sono che un'onda
senza spiaggia, alla deriva.
Vorrei lasciate qui sul letto il mio amore, spero di riuscirci,
in fondo io ho amato il sole, le montagne e tutte le cose
più piccole della vita ed ora come una farfalla
me ne vado, io e il mio colore, io e una canzone cantata
centinaia di volte che scivola via così velocemente.
Addio, figli miei, questa è la vostra mamma che
vi parla, fate i bravi, non piangete inutilmente, pensate
a vivere piuttosto, a volervi bene e non dimenticatemi
mai.
lo sarò con voi, come posso, con quel poco che
sarò mi troverete li dentro i vostri sorrisi, fra
le vostre mani e appena guarderete il cielo la notte e
incontrerete con lo sguardo una stella sappiate che io
vivo li, è quella la mia dimora, li la mia sedia
dove ascolto le vostre voci così dolci.
Addio. Non resisto più, non ho più respiro,
e poi devo vestirmi, devo preparare la valigia. Lascio
la penna, i miei occhi di cera e le mie mani di sabbia,
addio e che possiate perdonarmi un giorno per avervi lasciato
da soli, possiate perdonarmi le giornate che non passeremo
più assieme, possiate capire che se fosse stato
per me sarei rimasta ma proprio non posso, Dio mi sta
chiamando.
Vorrei urlare ma mi hanno detto che il silenzio è
cento volte più forte di un grido e allora addio
nel più calmo e sincero degli abbracci.
Vi voglio bene! Siete la mia vita!
La vostra mamma.
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